Lo scatto del velocista. Ecco perché voglio essere come Jesse Owens.

         “Ho sempre amato correre: è un qualcosa che puoi fare contando solo su te stesso, sulla forza dei tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni.”

 Jesse Owens

Jesse Owens

Qualche giorno fa ho visto Race, un film basato sulla vita di Jesse Owens, l’atleta afroamericano che ha vinto quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi del ’36, a Berlino, nella Germania nazista. Sì, avete letto bene.

C’è una scena che mi ha colpita particolarmente. Durante l’allenamento, la squadra di football prende in giro gli atleti di colore, chiamandoli scimmioni. Jesse si lascia distrarre e questo influisce sulle sue prestazioni. Dopo, nello spogliatoio, il coach Snyder dimostra ai ragazzi come si fa a resistere alle distrazioni, trasformando le voci che ci vogliono rallentare in semplice rumore. Così continua a parlare, ignorando le urla della squadra alle sue spalle, fino a che gli atleti non sono talmente concentrati da sentire solo la sua voce, mentre il resto diventa gradualmente un inutile brusio indistinto.

Race scena spogliatoio

Se volete, potete mettere a confronto la scena doppiata con quella in lingua originale. In questo caso, per rispettare le labiali, si è optato per una traduzione più letterale di “Block it all out”, ovvero “Dovete essere in grado di bloccare tutto quel che c’è fuori”, che potrebbe anche essere resa con “dovete essere in grado di estraniarvi da tutto il resto”.

Quando ho visto questa scena mi sono venuti i brividi, perché anch’io un tempo ho fatto come Jesse. Fino alla soglia dei vent’anni, quando ero un’adolescente goffa, con l’apparecchio e i capelli alla Beatles, mi sono lasciata distrarre dagli insulti dei bulli, finché non mi è scattato qualcosa dentro e ho smesso di ascoltare certe parole. Non è stato facile, perché quando non sai chi sei e cosa vuoi tendi a dare ragione agli altri, e se le critiche non sono costruttive possono avere l’effetto delle sabbie mobili per chi le subisce.

Questo è un aspetto fondamentale anche in ambito professionale, quando siamo intenti a raggiungere un obiettivo, spesso e volentieri le voci di chi vuole farci rallentare, o peggio, inciampare, prevalgono su quelle che ci incoraggiano ad andare avanti. Succede quando un collega minaccia di rubarti i clienti, vantandosi di lavorare a tariffe da fame, rovinando la categoria e invitandoti indirettamente a mollare; quando un cliente non paga o svaluta il tuo lavoro; oppure ogni volta che qualcuno dice che non vali abbastanza.

Jesse Owens

Jesse Owens insieme al suo coach, Larry Snyder.

Determinazione, concentrazione e costanza sono fondamentali, ma per trovare la giusta chiarezza mentale ed evitare di perdere di vista l’obiettivo, è importante confrontarsi e trovare delle guide, professionisti che stimiamo da cui prendere esempio. Tra i ‘coach’ che ho avuto la fortuna di trovare lungo il percorso c’è Andrea Spila, traduttore tecnico professionista e formatore, incontrato grazie alla Giornata del Traduttore e al progetto di CommonSpaces. Ci siamo anche intervistati a vicenda, raccontando la nostra esperienza come mentor e mentee.

Così come un atleta dedica le sue giornate ad allenarsi per acquisire forza, agilità e resistenza, il traduttore passa ore e ore a macinare parole per assimilare la tecnica e sviluppare la sensibilità e l’orecchio necessari.

“Impariamo a fare qualcosa solo facendolo, non c’è altro modo”

                                                                               John Holt

Le mie prime traduzioni erano goffe, brutte e superficiali. Correvo troppo, non avevo pazienza, insomma ero ancora acerba. Il mio svezzamento è arrivato quando ho iniziato a tradurre StarTalk, un talk show americano, trasmesso da Sky sul canale Nat Geo Channel. Ogni episodio dura 42 minuti circa, per la somma di 10 mila parole da tradurre (65 mila battute circa, spazi inclusi).

4Il presentatore è l’astrofisico Neil deGrasse Tyson che intervista ospiti famosi come Jeremy Irons, Ben Stiller o Whoopi Goldberg, e in ogni puntata affronta un tema d’attualità diverso, adottando un punto di vista scientifico.

È stata dura le prime volte quando in questo mare di parole trovavo mille riferimenti culturali, nomignoli, gerghi, termini tecnici, acronimi e citazioni.

Inoltre, essendo un talk show, ha tutte le caratteristiche del parlato spontaneo, quindi il discorso si organizza in tempo reale con tutto quel che ne consegue: ripetizioni, pause troppo lunghe, incoerenza. Spesso molti dettagli vengono dati per scontati e tu devi capire fino in fondo di cosa si parla per renderlo in un italiano piacevole da ascoltare e scorrevole da recitare. Tradurre StarTalk mi ha insegnato a non abbassare mai la guardia, a dubitare di tutto e a rileggere il mio lavoro molte volte prima di consegnarlo, perché in questi casi a fare uno strafalcione basta un attimo.

Tutte queste ore hanno contribuito a rendermi più meticolosa e ho imparato a non scoraggiarmi quando trovo problemi apparentemente irrisolvibili. Anzi, è proprio sciogliendo questi nodi che continuo ad imparare qualcosa di nuovo. Ad esempio, in StarTalk c’è sempre un comico in studio che commenta le interviste. Una delle puntate era dedicata proprio alla comicità e mi sono imbattuta in due espressioni per me nuove: punching up e punching down, il cui senso letterale è rispettivamente dare pugni verso l’alto e dare pugni verso il basso. Dopo un po’ di ricerche, ho trovato vari articoli e forum da cui ho capito che punching up sta per ‘attaccare i potenti’, mentre punching down significa ‘attaccare i più deboli’.

Anche in questi lunghi discorsi aggrovigliati, più o meno brillanti in base all’ospite di turno, i monologhi si alternano spesso a battute accavallate, dove sei costretto ad ascoltare mille volte lo stesso punto trasformando tutto il resto in brusio per concentrarti su una voce alla volta.

Jesse Owens ha seguito l’unica voce che lo ha portato a vincere quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi, nonostante tutto e tutti. Nella sua storia ho trovato la conferma che devi correre e farti il fiato per imparare a sfuggire da tutto quel che ti rallenta e avvicinarti al tuo obiettivo.

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Ogni volta, quegli istanti che precedono lo scatto del velocista, non racchiudono solo forza e determinazione, ma anche tutto ciò che ha imparato fino a quel momento da ogni critica costruttiva, da ogni limite che è riuscito a superare. Quei muscoli in tensione che aspettano di scattare sono forgiati da tutte le difficoltà che ha affrontato, ed è riuscito a tagliare il traguardo proprio perché non ha mai smesso di correre, non si è più fermato ad ascoltare chi pensava che non ce l’avrebbe mai fatta.

Allora, pronti… partenza… via!

Silvia

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2 pensieri su “Lo scatto del velocista. Ecco perché voglio essere come Jesse Owens.

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