Lo scatto del velocista. Ecco perché voglio essere come Jesse Owens.

         “Ho sempre amato correre: è un qualcosa che puoi fare contando solo su te stesso, sulla forza dei tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni.”

 Jesse Owens

Jesse Owens Blog Silvia Ghiara

Qualche giorno fa ho visto Race, un film basato sulla vita di Jesse Owens, l’atleta afroamericano che ha vinto quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi del ’36, a Berlino, nella Germania nazista. Sì, avete letto bene.

C’è una scena che mi ha colpita particolarmente. Durante l’allenamento, la squadra di football prende in giro gli atleti di colore, chiamandoli scimmioni. Jesse si lascia distrarre e questo influisce sulle sue prestazioni. Dopo, nello spogliatoio, il coach Snyder dimostra ai ragazzi come si fa a resistere alle distrazioni, trasformando le voci che ci vogliono rallentare in semplice rumore. Così continua a parlare, ignorando le urla della squadra alle sue spalle, fino a che gli atleti non sono talmente concentrati da sentire solo la sua voce, mentre il resto diventa gradualmente un inutile brusio indistinto.

race scena blog silvia ghiara

Se volete, potete mettere a confronto la scena doppiata con quella in lingua originale. In questo caso, per rispettare le labiali, si è optato per una traduzione più letterale di “Block it all out”, ovvero “Dovete essere in grado di bloccare tutto quel che c’è fuori”, che potrebbe anche essere resa con “dovete essere in grado di estraniarvi da tutto il resto”.

 

Quando ho visto questa scena mi sono venuti i brividi, perché anch’io un tempo ho fatto come Jesse. Fino alla soglia dei vent’anni, quando ero un’adolescente goffa, con l’apparecchio e i capelli alla Beatles, mi sono lasciata distrarre dagli insulti dei bulli, finché non mi è scattato qualcosa dentro e ho smesso di ascoltare certe parole. Non è stato facile, perché quando non sai chi sei e cosa vuoi tendi a dare ragione agli altri, e se le critiche non sono costruttive possono avere l’effetto delle sabbie mobili per chi le subisce.

Questo è un aspetto fondamentale anche in ambito professionale, quando siamo intenti a raggiungere un obiettivo, spesso e volentieri le voci di chi vuole farci rallentare, o peggio, inciampare, prevalgono su quelle che ci incoraggiano ad andare avanti. Succede quando un collega minaccia di rubarti i clienti, vantandosi di lavorare a tariffe da fame, rovinando la categoria e invitandoti indirettamente a mollare; quando un cliente non paga o svaluta il tuo lavoro; oppure ogni volta che qualcuno dice che non vali abbastanza.

Jesse Owens2 blog Silvia Ghiara

Jesse Owens insieme al suo coach, Larry Snyder.

Determinazione, concentrazione e costanza sono fondamentali, ma per trovare la giusta chiarezza mentale ed evitare di perdere di vista l’obiettivo, è importante confrontarsi e trovare delle guide, professionisti che stimiamo da cui prendere esempio. Tra i ‘coach’ che ho avuto la fortuna di trovare lungo il percorso c’è Andrea Spila, traduttore tecnico professionista e formatore, incontrato grazie alla Giornata del Traduttore e al progetto di CommonSpaces. Ci siamo anche intervistati a vicenda, raccontando la nostra esperienza come mentor e mentee.

Così come un atleta dedica le sue giornate ad allenarsi per acquisire forza, agilità e resistenza, il traduttore passa ore e ore a macinare parole per assimilare la tecnica e sviluppare la sensibilità e l’orecchio necessari.

“Impariamo a fare qualcosa solo facendolo, non c’è altro modo”

                                                                               John Holt

Le mie prime traduzioni erano goffe, brutte e superficiali. Correvo troppo, non avevo pazienza, insomma ero ancora acerba. Il mio svezzamento è arrivato quando ho iniziato a tradurre StarTalk, un talk show americano, trasmesso da Sky sul canale Nat Geo Channel. Ogni episodio dura 42 minuti circa, per la somma di 10 mila parole da tradurre (65 mila battute circa, spazi inclusi).

Neil Degrasse Tyson blog silvia ghiara

Neil DeGrasse Tyson che intervista ospiti famosi come Jeremy Irons, Ben Stiller o Whoopi Goldberg, e in ogni puntata affronta un tema d’attualità diverso, adottando un punto di vista scientifico.

È stata dura le prime volte quando in questo mare di parole trovavo mille riferimenti culturali, nomignoli, gerghi, termini tecnici, acronimi e citazioni.

Inoltre, essendo un talk show, ha tutte le caratteristiche del parlato spontaneo, quindi il discorso si organizza in tempo reale con tutto quel che ne consegue: ripetizioni, pause troppo lunghe, incoerenza. Spesso molti dettagli vengono dati per scontati e tu devi capire fino in fondo di cosa si parla per renderlo in un italiano piacevole da ascoltare e scorrevole da recitare. Tradurre StarTalk mi ha insegnato a non abbassare mai la guardia, a dubitare di tutto e a rileggere il mio lavoro molte volte prima di consegnarlo, perché in questi casi a fare uno strafalcione basta un attimo.

Tutte queste ore hanno contribuito a rendermi più meticolosa e ho imparato a non scoraggiarmi quando trovo problemi apparentemente irrisolvibili. Anzi, è proprio sciogliendo questi nodi che continuo ad imparare qualcosa di nuovo. Ad esempio, in StarTalk c’è sempre un comico in studio che commenta le interviste. Una delle puntate era dedicata proprio alla comicità e mi sono imbattuta in due espressioni per me nuove: punching up e punching down, il cui senso letterale è rispettivamente dare pugni verso l’alto e dare pugni verso il basso. Dopo un po’ di ricerche, ho trovato vari articoli e forum da cui ho capito che punching up sta per ‘attaccare i potenti’, mentre punching down significa ‘attaccare i più deboli’.

Anche in questi lunghi discorsi aggrovigliati, più o meno brillanti in base all’ospite di turno, i monologhi si alternano spesso a battute accavallate, dove sei costretto ad ascoltare mille volte lo stesso punto trasformando tutto il resto in brusio per concentrarti su una voce alla volta.

Jesse Owens ha seguito l’unica voce che lo ha portato a vincere quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi, nonostante tutto e tutti. Nella sua storia ho trovato la conferma che devi correre e farti il fiato per imparare a sfuggire da tutto quel che ti rallenta e avvicinarti al tuo obiettivo.

Jesse Owens 3 blog silvia ghiara

Ogni volta, quegli istanti che precedono lo scatto del velocista, non racchiudono solo forza e determinazione, ma anche tutto ciò che ha imparato fino a quel momento da ogni critica costruttiva, da ogni limite che è riuscito a superare. Quei muscoli in tensione che aspettano di scattare sono forgiati da tutte le difficoltà che ha affrontato, ed è riuscito a tagliare il traguardo proprio perché non ha mai smesso di correre, non si è più fermato ad ascoltare chi pensava che non ce l’avrebbe mai fatta.

Allora, pronti… partenza… via!

Silvia

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Liebster award, belle sorprese che ti fanno piroettare.

Ippopotamo disney blog silvia ghiara

Ieri sera, proprio mentre stavo per spegnere il pc, mi arriva una notifica: Eleonora Cadelli mi ha nominata al Liebster award.

Ricevere una dimostrazione di stima da qualcuno che hai sempre ammirato è una sensazione galvanizzante. È stata una bellissima sorpresa per me che seguo il blog Linguaenauti da sempre, quindi ringrazio Eleonora con tutto il cuore, tra una piroetta e l’altra.

Direte voi, ma che cos’è il LIEBSTER AWARD ?

Liebster award blog silvia ghiara
“Il LIEBSTER AWARD è un premio virtuale nato nel 2011 e riguarda il mondo dei blog. Viene conferito da blogger ad altri blogger considerati meritevoli per il lavoro svolto. Non si vincono soldi o cose del genere, bensì qualcosa di altrettanto prezioso: si guadagna e si offre visibilità in un clima di supporto reciproco ed espressione di stima.”

Ok. Come funziona?

Ecco come procedere una volta che si è stati nominati:

  • ringraziare chi ci ha nominato e linkare il suo/loro blog;
  • rispondere alle domande che ci sono state rivolte;
  • nominare a nostra volta altrettanti blogger e rivolgere loro le nostre domande;
  • comunicare agli interessati che sono stati nominati.

Cosa mi ha chiesto Eleonora:

Cosa ti ha spinta ad aprire un blog?

Scrivere è una passione che mi accompagna da anni, ma l’idea di aprire un blog è nata proprio mentre muovevo i primi passi come traduttrice. Ho imparato una lezione fondamentale, una regola che credo sia alla base di ogni professione e attività umana degna di questo nome: il confronto e la condivisione sono la fonte di ispirazione più grande, degli stimoli potenti che ti portano a crescere. Per questo ho deciso che un blog sarebbe stato un modo perfetto per condividere conoscenze e riflessioni con colleghi e appassionati del settore, ma anche per mettere le idee nero su bianco e avere un’opportunità in più per scrivere.

Qual è la lingua che ti fa sentire a casa, ovunque tu sia?

Le mie lingue di lavoro sono l’inglese e il francese, ho sempre amato leggere e vedere film in lingua originale, ma l’italiano resta il primo vero amore. Qualche anno fa ero a Parigi con un’amica e ci passò accanto un gruppetto di ragazzi italiani. Ora, in quel momento stavamo passeggiando lungo gli Champs Élysées e non avevo alcuna nostalgia di casa, ma istintivamente ho drizzato le orecchie e mi è scappato un sorriso.

Se non facessi il tuo mestiere, cos’altro ti sarebbe piaciuto fare?

In un’altra vita? L’illustratrice. Disegnare mi mette in pace col mondo e in passato mi ha aiutato a comunicare nonostante la timidezza. Mi è sempre piaciuto fare vignette, ritratti e caricature a famigliari e amici, ricreare ombre, curve e linee dei paesaggi. Da piccola dicevo “da grande voglio disegnare e parlare dieci lingue”. Diciamo che poi la giornata è fatta di 24 ore e ci sono interessi, passioni e impegni che prevalgono su altri. Non ho mai avuto il coraggio di studiare seriamente il disegno, poi un annetto fa, spinta da amici e colleghi, ho iniziato a riprendere in mano questa passione ricominciando a coltivarla con più costanza.

Al termine di una dura giornata di impegni di lavoro, qual è l’attività che ti fa sospirare “finalmente”?

Ce ne sono tante, in base al tipo di giornata che ho avuto. Disegnare, farmi una passeggiata da sola o in compagnia in giro per Roma o per le colline senesi, leggere, cantare. Ma forse quello che più in assoluto mi permette di spazzare via lo stress e le preoccupazioni è ridere,  stare con le persone con cui posso ridere di sciocchezze.

Attualmente qual è il sogno che non ti fa dormire?

Tra pochi mesi traslocherò in quella che dovrebbe essere la ‘mia’ prima vera casa e tra 5 mesi  compirò 30 anni. Ci sono un po’ di obiettivi che vorrei raggiungere, tutti riassumibili in un unico desiderio: quello di continuare a fare il lavoro che amo, circondandomi di persone che stimo e con cui posso crescere, sia nella vita privata che nel lavoro.

E io chi nomino? Cinque blog (e le rispettive blogger) fonte di ispirazione che vi consiglio di tenere d’occhio:

Il blog di Federica Aceto che seguo da anni, perché ti permette di osservare il mondo della traduzione editoriale in tutte le sue sfaccettature dal punto di vista di una professionista coi fiocchi.

Le Doppioverso, Chiara Rizzo e Barbara Ronca, potrei definirle le mie prime ‘guru’.  Il loro blog parla sì di libri e traduzione, ma anche della vita da freelance in generale, con tutto ciò che comporta, in chiave ironica ma anche riflessiva.

Il blog di Maria Pia Montoro è una miniera di spunti, link e informazioni utili sul mondo della traduzione e della terminologia in generale.  Maria Pia, terminologist e web content manager del Parlamento Europeo, sempre piena di entusiasmo, idee e frasi ad effetto, è il ritratto di una professionista che fa quello che le piace.

Stefania Marinoni è una delle prime colleghe che ho conosciuto a un corso di Federica Aceto, tra l’altro. Il suo blog tratta di freelancing, scrittura e traduzione, è nato da poco ma è già partito con il piede giusto.

Roba da disegnatori, di Morena Forza. Il suo meraviglioso blog è un’altra miniera di informazioni e ispirazione, in questo caso sull’illustrazione e la creatività in generale, per gli addetti ai lavori, ma anche per chi ama il mondo dell’illustrazione e vuole saperne di più.

Ecco le mie domande:

Tenere un blog significa scrivere per essere letti, ma scriviamo anche per noi stessi. Cosa ti dà il tuo blog?

Cosa ti fa storcere il naso nel tuo settore professionale?

Cosa vorresti imparare a fare prima di avere tutti i capelli bianchi?

Qual è il traguardo raggiunto che ti rende più orgogliosa?

Quale consiglio ti senti di dare a chi sogna di fare il tuo mestiere?

gatto inchino blog silvia ghiara

 

Grazie ancora, Eleonora!

Silvia

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Il traduttore archeologo-Sherlock e la fobia della superficialità.

“Fai quello che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita”  Confucio

Roma blog silvia ghiara

Le riconosci subito le persone che amano il proprio lavoro, te ne accorgi dagli occhi che brillano quando, grazie alla loro passione, riescono a trasmetterti il valore di quello che fanno.

archeologo blog silvia ghiara
Una mia cara amica fa l’archeologa e la guida turistica, è stata lei a farmi conoscere i meandri della Città Eterna quando sono arrivata a Roma per la prima volta, qualche anno fa. Ai tempi io studiavo ancora, ma quel suo raccontare la storia ogni volta in modo diverso con entusiasmo, quasi come se il Colosseo prendesse vita davanti ai nostri occhi, quella sua passione mi ha ispirato tantissimo e lo devo anche a lei se oggi sono consapevole di fare un lavoro in cui credo.

Qualche giorno fa mi sono ritrovata a tradurre un testo dal francese in cui si descriveva la stratigrafia di uno scavo archeologico e mi si è accesa una lampadina. Sì, perché man mano che leggevo rileggevo e traducevo i ragionamenti dell’archeologo, ho trovato moltissime somiglianze tra le fasi del mio lavoro e il suo modo di procedere. Prima un’analisi generale, poi si comincia a scavare e a ritmo di ipotesi, ricerche e conferme si va avanti fino a svelare il vero significato sottostante.

Se l’archeologo deve analizzare strati sovrapposti, gli strati con cui ho a che fare io sono invisibili ad occhio nudo, si intrecciano tra le lettere scritte nero su bianco: ritmo e suono, significato, significante, registri e contesti, lunghezze (nel caso dei copioni) ecc. In questo, come in qualsiasi altro lavoro che si rispetti, non è concesso limitarsi alla superficie.

sherlock blog silvia ghiaraPeccare di superficialità ha un costo elevatissimo, provate a pensare come sarebbe diverso il mondo se nessuno si fosse preso la briga di interrogarsi e andare più a fondo, non avremmo mai scoperto la Stele di Rosetta che ci ha permesso di comprendere i geroglifici. Se nessuno avesse avuto la curiosità di scoprire cosa c’è sotto le strade di Roma, forse oggi non la vedremmo con gli stessi occhi, per lo stesso motivo io non posso fermarmi alla prima lettura, alla prima definizione del dizionario o al primo ascolto.

Non si tratta di pignoleria in stile Sheldon Cooper, è l’unico modo per far circolare nel mondo un lavoro che sia frutto di dedizione, cura e impegno; la superficialità fa solo danni, bene che vada nascono muri, sempre più alti. Mai come oggi c’è bisogno di andare a fondo senza fermarsi alle apparenze, se non ci facciamo le domande giuste non troviamo mai le risposte e l’unico risultato sarà il silenzio o mondi che si arrovellano su loro stessi.sheldon blog silvia ghiaraA novembre ho frequentato due corsi illuminanti in cui ho trovato nuove conferme su quanto sia importante sviluppare un’acuta sensibilità professionale, se tieni a quello che fai.

Al seminario di Valeria Cervetti sulla traduzione audiovisiva abbiamo parlato di come si creano sottotitoli degni di questo nome, definiti come “la magia di 36 caratteri, capace di creare per lo spettatore un mondo nella sua lingua madre”. Dato che nel campo audiovisivo testo e voce sono strettamente interconnessi, Valeria ci ha anche sfidato a passare dall’altra parte dello specchio, ovvero dietro a un leggio a recitare, davanti a tutti.

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Io, probabilmente posseduta dal demone dell’entusiasmo, ho accettato la sfida e mi sono ritrovata a recitare davanti a 30 persone la famosa scena di Pulp fiction, Ezechiele 25:17. È stato bellissimo, la cosa strana è che non mi sono neanche preoccupata molto di quel che hanno pensato gli altri di me, ero troppo felice di esserci riuscita, di aver sfidato i miei limiti.

Sono stata poi al corso “tradurre il giornalismo” di Chiara Rizzo e in quel caso Chiara, tra le altre cose, ci ha ricordato quanto sia fondamentale in questo settore  tenere a mente che “ogni articolo è un pezzo di opinione, e come tale va rispettata”, quindi se un giornalista usa un lessico sarcastico o pungente, è d’obbligo stare attenti a mantenere lo stile, ed ecco che dobbiamo investire del tempo nella ricerca del termine giusto, consapevoli di avere una responsabilità importante.

Sicuramente dietro a un lavoro ben fatto c’è sempre una persona che ci tiene abbastanza da non lasciare nulla al caso. È un qualcosa che si impara strada facendo, all’inizio non sai neanche tu come funzioni, col tempo impari a maneggiare gli attrezzi del mestiere, capisci cosa ti manca e acquisisci le capacità necessarie, ma è un processo continuo che non finisce mai.

Io credo che il traduttore serio sia uno strano incrocio tra un archeologo e Sherlock Holmes, con il dubbio costante di non essere andato abbastanza a fondo, la paura di essersi fatto sfuggire qualche strato nascosto e la consapevolezza di non dover mai smettere di farsi domande, altrimenti nessuno scoprirà mai cosa c’è sotto la superficie, no?

Silvia

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Giornate che ti cambiano e idee nate ai piedi di una torre ‘(im)perfetta.’

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Il cambiamento viene definito “atto ed effetto del diventare diverso”. Anche prendere un treno può trasformarti perché, al di là delle schiere di santi invocati ogni volta che ne sparisce misteriosamente qualcuno o gli anatemi che lanciamo quando perdiamo una coincidenza, in realtà il cambiamento si mette già in moto quando prepariamo la valigia. Idee e speranze iniziano a prendere forma e ad accumularsi,  insieme ai calzini e alle mutande più o meno messe alla rinfusa, in vista della meta da raggiungere.

La valigia che ho preparato in fretta e furia di notte per andare alla Giornata del traduttore 2016 era (letteralmente) gonfia di emozione, mi ci sono dovuta sedere sopra insieme al gatto per chiuderla, complice forse anche qualche cambio di troppo. Perché tutto questo entusiasmo? Sono andata per la prima volta un anno fa, molto incuriosita. Mi avevano detto che era un evento da cui torni arricchito, un’opportunità per imparare, aggiornarsi e scoprire. Così è stato: sono tornata a casa talmente carica di energie e ispirazione che quest’anno ho deciso di fare il bis.

alexander gdtrad16 blog silvia ghiara
No, nessuna sostanza stupefacente, forse il segreto è un ‘magico’ cocktail composto da pochi ingredienti fondamentali: coraggio necessario a uscire dal guscio; passione per il proprio lavoro; curiosità di scoprire nuove persone e nuove realtà per ascoltare punti di vista ed esperienze diverse dalle proprie; consapevolezza del fatto che il mondo va avanti e per sopravvivere e vivere meglio non si può restare fermi. Shakerare energicamente il tutto e servire con ghiaccio.

Quest’anno abbiamo affrontato il tema della creatività, ovvero come una semplice idea sia alla base di ogni progetto e di ogni cambiamento, là dove per creatività si intende quel “processo di dinamica intellettuale che ha come fattori caratterizzanti: la particolare sensibilità ai problemi, capacità di produrre idee, originalità nell’ideare, capacità di sintesi e di analisi, capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze.”

Se con gli anni la tecnologia avanza, dobbiamo imparare a vederla come un’opportunità e non un nemico.  Così come l’illustratore non può limitarsi a fare disegni a matita o ad acquarello, ma deve padroneggiare tavoletta grafica e Photoshop, allo stesso modo il traduttore, oltre a restare aggiornato sul mutare della lingua e della cultura, magari dovrà imparare ad usare i Cat Tool. Gli strumenti di traduzione assistita, possono aiutarlo a diventare più produttivo, unendo la velocità della macchina alla flessibilità e creatività proprie della mente umana, perché la novità diventa una minaccia solo se la si vive come tale.

Si tratta di elaborare nuove idee per sapersi reinventare, acquisendo nuovi superpoteri come la capacità di utilizzare i Cat tool, iniziare a consultare i corpora, conoscere nuovi software e gestire il linguaggio HTML. È un po’ quello che ho cercato di trasmettere nelle vignette che ho creato per la Giornata: spesso l’idea che abbiamo di noi stessi ci limita, lasciandoci definire da vecchi stereotipi e cattive abitudini. Solo un’idea può cambiarci: possiamo andare oltre i nostri limiti, ricalcolando la via da seguire come fanno i GPS.

vignetta gdtrad16 silvia ghiara.jpg

Come diceva mia nonna, ‘non si nasce imparati’. Arriva sempre il momento in cui ci ritroviamo improvvisamente ‘analfabeti’ riguardo l’ultima novità che sta prendendo piede, perché quel che andava bene dieci anni fa ora non basta più e così sarà per gli anni a venire, è proprio per questo che la creatività è uno strumento fondamentale per affrontare il futuro.

È anche vero che servono gli stimoli giusti, e difficilmente si troverà ispirazione restando chiusi nel proprio ufficio senza cercare un confronto, senza ascoltare o vedere qualcosa di diverso ogni tanto. È per questo che appena posso cerco di  partecipare  ad eventi come questo, a corsi o progetti come la Bottega dei traduttori e CommonSpaces, perché collaborare con gli altri mi aiuta a trovare nuova ispirazione, si impara a definire la realtà in modo più ampio e variegato.

lavagnetta blog silvia ghiara
Circa tre anni fa, quando mi sono trasferita e, nonostante le varie difficoltà, ho dovuto ricominciare da zero, ho trovato una frase che mi ha colpito, e da allora sta ancora scritta nella lavagnetta in cucina:

Tutto ciò che esiste una volta era solo immaginato, e tutto ciò che esisterà dovrà prima essere immaginato: usa l’Immaginazione per configurare la vita che vuoi.

Wayne W. Dyer

Ed è proprio così, tutto quello che ci circonda all’inizio non era che la bozza di un pensiero, magari nato in una notte passata in bianco, dopo una chiacchierata con amici, o per qualche folle associazione mentale. Il computer o il cellulare da cui leggete questo articolo, i palazzi che vi circondano, gli stessi monumenti che disegnano il profilo della vostra città, tutto nasce da un’idea che improvvisamente ha cambiato qualcosa e pezzo per pezzo ha trasformato il mondo.

Per dire, questo è uno dei primi schizzi di Michelangelo mentre ideava i suoi affreschi per la Cappella Sistina:

michelangelo schizzi blog silvia ghiara

Ci sono giornate che lasciano il segno, quella che ho passato a Pisa poco più di una settimana fa, mi lascia il piacere che ti solletica la gola quando ci ripensi, quella soddisfazione che hai quando torni via da un’esperienza che in qualche modo ti ha cambiato,  soprattutto perché sei stata in compagnia di persone che lavorano con la tua stessa passione e trovi sempre più conferme di quanto il sacrificio e l’entusiasmo ripaghino.Pisa gdtrad16 blog silvia ghiaraPer quest’inverno, in attesa dell’anno prossimo, mi porterò dentro il ricordo del tramonto su Piazza dei Miracoli che ha fatto da sfondo a uno Spritz e tante risate a fine giornata, e della Torre che si appoggiava alla luna mentre passeggiavamo chiacchierando per le strade di Pisa.

Torre di Pisa gdtrad 16 blog silvia ghiara

Credo  sia meglio trovare il coraggio di delineare quella che per ora è solo una bozza di idea, anche se ci fa paura o sembra impossibile, perché chissà, magari un giorno ne nascerà la Cappella Sistina o, come Spiderman, scopriremo di essere stati ‘morsi dall’idea giusta’ che ci trasformerà in supereroi.

Silvia

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Il super potere dell’ornitorinco e i confini del Possimpibile.

onde blog silvia ghiara
Avevo 10 anni, un improbabile costumino intero a stampe geometriche riempito da qualche panino di troppo, tanta paura delle onde e di finire con la testa sott’acqua. Facevo il bagno solo quando il mare era perfettamente calmo. Avevo tutto perfettamente sotto controllo, o almeno credevo.

In quel periodo stavo a mollo con le amiche anche un’ora, finché le dita non mi diventavano rugose  come quelli di una 90enne. Un pomeriggio però le cose non sono andate come previsto, sarei dovuta uscire già da una mezz’ora, ma mi sono trattenuta “altri 5 minuti” e improvvisamente il vento ha iniziato a cambiare, soffiando forte verso il largo.

Senza che me ne accorgessi, mi sono ritrovata vicina alla boa, dove non si toccava. Ricordo bene la sensazione: il cuore che mi pulsa nelle orecchie, il fiatone e le gambe sempre più pesanti mentre spingo per tornare alla riva che sembra sempre più lontana.

Alla fine, sott’acqua ci sono finita, nuotando e tenendo testa alla corrente. La paura è stata tanta, non ricordo bene quanto ci ho messo, ma in qualche modo sono arrivata a riva, insistendo, con il cuore in gola.

ornitorinco blog silvia ghiara
Come si legge nell’enciclopedia Treccani “Darwin, (…) si convinse che la lenta modificazione delle specie, quindi la loro evoluzione, era dovuta principalmente dalla selezione naturale: cioè sopravvivono e si riproducono gli individui dotati di caratteristiche più vantaggiose nella lotta per l’esistenza (in sostanza, meglio adattati all’ambiente)”.

In questi mesi di lavoro intenso, mi sono trovata a riflettere molto su quanto sia fondamentale la capacità di adattamento e la tenacia, per sopravvivere e diventare più forti.

Vi sembrerà strano, ma l’epifania ce l’ho avuta in particolare una sera di fine luglio, mentre traducevo un documentario sull’ornitorinco, quella strana creaturina che sembra un puzzle di tante altre.  Con il becco e le zampe simili a quelle di un’anatra, il corpo e il pelo di una lontra e la coda di un castoro, mi è sembrato l’esempio vivente di come in natura sopravviva chi riesce ad adattarsi ai cambiamenti e trarne beneficio in qualche modo, sviluppando dei piccoli grandi ‘super poteri’.

Se è vero che in ogni lavoro oggi più che mai è fondamentale mantenersi sempre aggiornati ed elastici al mutare degli eventi, credo che la traduzione sia uno di quei mestieri per eccellenza in cui dalla mattina presto fino a notte inoltrata ti ritrovi a dover affrontare una serie di tsunami, ognuno con caratteristiche e intensità diverse, con il compito di escogitare con creatività e concentrazione la soluzione migliore per tornare a riva.

orsetto cartone blog silvia ghiara
Macinando rulli e cartelle, mi sono ritrovata a saltare da un mondo all’altro: da bambine che immaginano avventure con coniglietti e orsetti parlanti, a minatori e camionisti che mi hanno spinto a cercare quanti più sinonimi possibili esistano dell’espressione “Holy cow!” (letteralmente: porca vacca) per limitare le ripetizioni nella resa in italiano.

Trovarsi a dar voce a tizi tamarri che litigano per accaparrarsi un garage messo all’asta; passare ore a cercare termini appropriati che descrivano la manovra di un autocarro necessaria a caricare correttamente un escavatore di svariate tonnellate; dover tradurre alle 2 di notte una canzoncina in rima per un cartone animato, mentre sullo sfondo un orsacchiotto con gli occhiali a cuore fa la danza moonwalk e ormai in casa pure il gatto ronfa spazientito alle mie spalle, non solo mi ha portato a testare i miei limiti, ma mi ha fatto riflettere proprio sui confini del “possimpibile” che attraversiamo senza accorgercene ogni volta che non ci facciamo frenare dalle difficoltà.  Come un pokémon che evolve all’improvviso, insomma.barney stinson blog silvia ghiaraCos’è il possimpibile? Come dice Barney Stinson è “il punto in cui ciò che è possibile e ciò che è impossibile si mescolano”. La linea che divide il possibile dall’impossibile non è mai così netta e soprattutto non è oggettiva né fissa. Spesso siamo noi a porci dei limiti, ci costruiamo porte blindate oltre le quali siamo convinti che precipiteremmo da un burrone come Willy il coyote.

Ma quante volte invece il vento cambia improvvisamente e ci spinge su quei burroni che ci terrorizzano tanto? Quante volte nella vita ci manca la terra sotto i piedi, tanto da avere la sensazione di sprofondare nell’abisso per poi scoprire di avere dentro un piccolo samurai che non si arrende, a dispetto di tutto? Spesso e volentieri nell’arco di una sola vita si può morire e rinascere con una nuova pelle svariate volte. In questi ultimi anni, mi sono lanciata da un bel un po’ di burroni e a livello professionale ho scommesso su me stessa. Ho fatto un salto nel buio, andando oltre quei famosi limiti che mi sono sempre imposta, uscendo dalla mia comfort zone per vedere cosa c’era al di là di quell’onda che mi spaventava. Così, per esempio, ho conosciuto persone e ambienti diversi andando a caccia di corsi che mi ispirassero e mi facessero crescere.

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A maggio sono stata a un bellissimo laboratorio, il sogno e il mestiere con Morena Forza e Ilaria Urbinati, due ragazze illustratrici professioniste davvero in gamba che, con un piglio ironico ma ‘fermo e severo’ ci hanno spiegato come funzioni il mondo dell’illustrazione. Il disegno mi ha sempre accompagnato in ogni momento e per la prima volta mi sono ritrovata a mostrare i miei lavori a professionisti del settore che mi hanno dato consigli e dritte illuminanti per coltivare al meglio questa mia passione. Ho incontrato persone che mi hanno ispirato tantissimo e ho avuto nuove conferme di quanto siano importanti l’esercizio, la costanza e lo spirito di sacrificio, mantenendo sempre salda la dignità.

Un altro workshop illuminante è stato Web content enjoyneering: come creare e tradurre contenuti per il web ed essere felici. È incredibile vedere come cambi la percezione di un testo quando ci scorre su uno schermo invece che sulla carta, tra le dita. Il lettore web non ‘legge’, ma cerca ciò che gli interessa. C’è sempre meno tempo da dedicare e per questo, da bravi artigiani della parola, dobbiamo saper cucire il testo addosso al lettore, sapendo prendere le giuste misure.

Durante questo laboratorio mi hanno colpito molto due affermazioni: Maria Pia Montoro ha citato Cicerone con la frase omnia mea mecum porto, tutto ciò che è mio lo porto con me. Ognuno di noi  infatti ha un bagaglio unico di esperienze e sensibilità diverse cucito sulle proprie spalle. Nel lavoro, la passione vera e la creatività sono strumenti fondamentali e – insieme alla necessità di pagare le bollette– sono tra i motori principali che ci tengono svegli quando abbiamo una consegna dopo l’altra e non ci ricordiamo neanche che giorno è. Un’altra frase che mi ha fatto riflettere è stata quella di Terenzio citata da Andrea Spila,  nihil humanum a me alienum puto, niente di ciò che è umano mi è estraneo. In questo caso si riferiva al fatto che anche strumenti apparentemente alieni come i computer, per quanto possano sembrarci incomprensibili e incontrollabili alle volte, in realtà sono creature dell’uomo quindi, anche in questo caso, si tratta sempre di non lasciarsi sconfortare da quello che ci sembra impossibile.

Certe volte facendo questo lavoro sembra quasi di dover risolvere il cubo di Rubik e arrendersi non è un opzione; dobbiamo saper esplorare termini e settori su più livelli, senza gabbie mentali. Tradurre infatti significa anche saper gestire più livelli  linguistici, ad esempio nel settore audiovisivo, oltre al consueto fattore ‘contesto’ – dove un gruppo di minatori non può parlare con lo stesso registro di una bambina che danza con il suo coniglietto viola – ci sono anche le lunghezze delle battute di cui tener conto.

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Poco tempo fa ho lavorato su un docu-reality di aste americane, c’era la scena di un tizio che maltratta continuamente il figlio 40enne e, aggiudicatosi un lotto, in mezzo agli scatoloni trova un ventilatore.  Rivolgendosi al figlio dice “Oh look! A new fan. The biggest fan you’ll ever have”, letteralmente “un ventilatore nuovo, il più grande fan che avrai mai”. Là dove in inglese il termine fan significa anche ‘ventilatore’, dovendo mantenere il gioco di parole, ho risolto traducendo con “Oh guarda! Un ventilatore nuovo.  L’unica cosa con cui potrai mai darti delle arie”.

I traduttori devono affrontare ogni giorno casi ben più complessi e ‘rognosi’ di questo e in generale, ognuno di noi si trova o si troverà a doversi reinventare continuamente per poter non solo restare a galla, ma cavalcare la temibile onda gigante in modo da arrivare a riva …con stile.

Silvia

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Affinare l’orecchio. L’importanza della voce. Ascolto e consapevolezza, dietro a un microfono immaginario.

1Lionel: “Perché mai dovrei perdere tempo ad ascoltarvi?!

Bertie: “Perché ho il diritto di essere sentito! Io ho una voce!! 

Lionel: “…Sì. È  così.”  

(da “Il Discorso del Re”)

Bertie, futuro Re d’Inghilterra, è un principe senza voce. Le sue parole inciampano continuamente in un goffo balbettìo, che lo inchiodano in un silenzio imbarazzante. Succede anche al suo primo discorso radiofonico ufficiale, dove  milioni di persone in ascolto aspettano invano che il Principe riesca a pronunciare due parole di fila. Perennemente furibondo con sé stesso e ormai sconfortato, la moglie lo trascina da Lionel, un logopedista diverso dagli altri, capace di far capire al Principe il suo valore e dandogli il coraggio di usare la propria voce. Dopo un contrastato percorso di crescita, Bertie vince la sua battaglia con le parole. Lionel, terrà testa alle insicurezze del Principe, punzecchiandolo, provocandolo e sostenendolo fermamente, fino a che Bertie non sarà capace di pronunciare finalmente un discorso dalle parole sicure ed emozionanti, degno di un Re che parla al suo popolo.

Mi ha sempre colpito la storia di Re Giorgio VI, l’uomo che ha ritrovato la voce e le sicurezze perdute. Se la lingua è la veste del pensiero, è tramite la voce che questa prende corpo, colore e calore. Ma c’è qualcosa che va ben al di là dei foni di una lingua, è quell’essenza che traccia il profilo di una persona, con il suo ‘timbro’ inconfondibile.

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Mi viene in mente un personaggio opposto a quello di Bertie, cioè Adrian Cronauer, l’aviatore/ disc Jokey la cui voce diventa appiglio e punto di riferimento per i soldati in guerra nel Vietnam. Robin Williams, con il suo “Gooooooooood morning Vietnam!” ha interpretato questo personaggio, incarnandolo con il ritmo frenetico delle sue battute, colorandolo a modo suo con l’energia e la sensibilità che lo caratterizzavano. A sua volta anche il suo doppiatore ha dovuto reinterpretare quella voce, impegnandosi a mantenerne il ‘colore’ intatto.

3La voce è uno dei principali elementi che gli attori cercano di far proprio per entrare nel personaggio. I doppiatori italiani, quelli bravi, a loro volta sono attori ‘dietro le quinte’ con la responsabilità di preservare l’intensità dell’interprete. Il traduttore in questo ingranaggio, ha una grandissima responsabilità. Uno dei suoi compiti, nel settore audiovisivo, è quello di tradurre i copioni, che poi vengono adattati dal dialoghista, per essere finalmente doppiati. In questa catena di montaggio, se traducendo non si è saputo rendere il ‘timbro’ del personaggio, il doppiatore reinterpreterà una voce falsata.

Proprio di consapevolezza e capacità di ascolto si è parlato al laboratorio di traduzione francese  a Pisa, organizzato da STL  “Una voce vera, tradurre dialoghi e monologhi” tenuto da Yasmina Melaouah, particolarmente nota per le sue traduzioni di Daniel Pennac. In quella bella atmosfera che si crea quando si ritrovano delle persone con la volontà di imparare, confrontarsi e ascoltarsi a vicenda, Yasmina ci ha detto quanto sia importante mettersi in ascolto delle voci che ‘risuonano’ tra le pagine di un testo letterario: quella del narratore, con la sua personalità e il suo stile, interrotta dalle virgolette che introducono la voce dei personaggi, con altrettante personalità e tic linguistici da individuare e saper riprodurre.

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Si è sottolineato quanto sia importante attingere dal proprio vissuto linguistico, quello che appartiene ai nostri ricordi ma anche alle esperienze della vita di ogni giorno. In metro, al supermercato, in palestra, in banca, sentiamo la gente parlare, noi stessi comunichiamo in modi diversi, secondo i contesti sociali ed emotivi. Questo è il bacino linguistico di cui dobbiamo servirci quando si vuole dar vita a dei personaggi, in modo da staccarli dalla pagina e renderli tridimensionali al lettore. Si è anche detto come la lingua letteraria rappresenti un’alterità al quadrato, cioè una lingua straniera all’interno della lingua, e tale deve rimanere nelle traduzioni. Quindi è importantissimo non cedere alla tentazione di sciogliere nodi sintattici complessi perché, se fanno parte dello stile dell’autore, rischieremmo di ammutolirne la voce.4

Alla fine di quella giornata a Pisa ero felice, perché avevo rivisto amiche e colleghe, come Ramona (che, tra l’altro, da poco ha fatto sentire la sua voce nel nuovo blog) e perché ho sentito di aver acquisito un po’ di consapevolezza in più di quello che è il mio lavoro e di come svolgerlo con professionalità ed equilibrio.

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Insomma, ascoltare la voce del testo (come ha scritto Franca Cavagnoli), è indispensabile per sviluppare un orecchio finissimo e una sensibilità che ci permetteranno di acquisire una forte consapevolezza di ciò che abbiamo davanti, solo così avremo le idee chiare di come procedere.

Non so se avete mai notato che, in certi contesti, in inglese l’espressione “I hear you”, che letteralmente sarebbe ‘ti sento’, può significare proprio “ti capisco”. Quella dell’ascolto infatti è una fase fondamentale per comprendere cosa e chi abbiamo davanti, sono l’ascolto e la sensibilità che permettono all’empatia di innescarsi.
La lingua è come una musica, ogni melodia ha un suo carattere un suo ritmo, un suo messaggio, e noi dobbiamo saper interpretare tutti questi aspetti, riuscendo a mantenere intatte nel processo lavorativo tutte le sfumature iniziali.

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Capita spesso nella vita di sentirsi come Bertie, incapaci di esprimere quello che pensiamo e sentiamo, ma il traduttore con il testo, così come Lionel con il suo regale allievo, ha l’opportunità e il dovere di preservare questa voce, rafforzandola e valorizzandola nel processo di trasformazione da una lingua all’altra. Così, rompendo il silenzio e sciogliendo le incomprensioni causate dalle differenze linguistiche, otterremo una traduzione senza balbuzie che arriva dritta al cuore di chi legge.

Silvia

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La maschera, inganno e liberazione. Traduttori funamboli tra due realtà

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Ore 00:25. Il tavolo di cucina con le stoviglie diligentemente messe a scolare.

Certe volte, l’atto di lavare i piatti può rivelarsi simile a un esercizio zen, o meglio, se a mezzanotte, alla fine di una lunga giornata passata a lavorare al pc, trovi una pila di stoviglie sporche sul lavandino di cucina, solo lo zen o mago merlino possono aiutarti.

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Comunque, l’altra sera, proprio mentre insaponavo, sciacquavo e mettevo a scolare le stoviglie, ho iniziato a ripensare a tutti quei bambini travestiti da Batman, Spiderman, fatine e principesse che girano per le strade in questi giorni e la mia mente è tornata indietro a un Carnevale di 23 anni fa.

“Dai che sei bellina! Dai che ti diverti!” così diceva nonna, accompagnandomi alla festa di carnevale all’asilo, mentre io camminavo a testa bassa, per niente convinta.

3-ail mio costume era quello giallo del cartone “La Bella e la Bestia”. Ero ben lungi dal somigliare alla protagonista della favola: continuavo a pestarmi la gonna troppo lunga, rischiando di finire faccia a terra ad ogni passo. In testa un enorme e inspiegabile fiocco giallo. Non so perché questo lontano ricordo si sia conservato così nitido. Forse ad imprimermelo nella mente è stato il disagio di somigliare più a un uovo di Pasqua che alla graziosa Belle, o magari l’inquietudine che mi aveva messo un bimbo travestito da Gabibbo che mi rincorreva urlando “Belandi, bella genteee!”

Scacciate le antiche sensazioni di disagio, ho iniziato a riflettere più in generale e, tra le altre cose, mi è tornata in mente questa poesia, “La Maschera” di Trilussa:

Vent’anni fa m’ammascherai pur’io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p’annisconne quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch’è restata
sempre co’ la medesima espressione,
sempre co’ la medesima risata.
Una vorta je chiesi: – E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! –
La Maschera rispose: – E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la genti dirà: Povero diavolo,
te compatisco… me dispiace assai…
Ma, in fonno, credi, nun j’importa un cavolo!
Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co’ la faccia mia,
così la gente nun se scoccerà… –
D’allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapesta
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità!

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Pirandello ha detto “imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Ogni giorno, non facciamo altro che cercare di distinguere maschere dai volti. Decidiamo a cosa correre incontro e da cosa scappare. Vero/Falso, Bene/Male, Amico/Nemico, sono i principali opposti che scandiscono la nostra vita, punti di riferimento, come una bussola o un filo d’Arianna in un labirinto.

Ognuno calza ruoli diversi secondo le diverse situazioni, perché siamo mutevoli nella nostra complessità. Come dice Trilussa, spesso camuffiamo i nostri veri sentimenti per proteggerci, perché non ci fidiamo o perché spesso alcune persone ti chiedono “come va?” senza neanche ascoltare la risposta. Poi ci sono quelle maschere grottesche, che si travestono di ipocrisia.

Almeno una volta nella vita, tutti noi incontriamo quella persona che ci metterebbe volentieri un po’ di cianuro nel caffè e poi ci fa gli auguri di buon Natale, buon anno e/o buon compleanno con un gran sorriso, più simile a una smorfia.

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“Machedavero?”

Certo, sapendo qual è il vero volto dietro la maschera, si rimane sempre un po’ sconcertati all’inizio, poi però diventa quasi divertente osservare queste persone che si dimenano inutilmente nella loro messa in scena, mentre si sforzano di sembrare ciò che non sono.

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La nostra lingua madre è una delle prime certezze a cui ci aggrappiamo, è lo strumento che ci permette di esprimere le nostre necessità, pensieri ed emozioni, il mezzo che ci dà la capacità di ascoltare ed essere ascoltati. È proprio attraverso l’ascolto che tessiamo il sottile filo invisibile della fiducia, alla base di ogni rapporto degno di chiamarsi tale. La parola è veicolo di conoscenza, decifra enigmi e li crea, costruisce e distrugge, cura o ferisce. Da secoli, prima parlata e poi scritta, descrive e inventa mondi, rendendoli spesso immortali. Gli artigiani della parola, come i traduttori, stipulano un patto implicito per cui devono essere fedeli al significato concepito nella lingua originale. Anche in quei casi in cui serve un adattamento culturale, come le espressioni idiomatiche, l’effetto finale deve rimanere lo stesso.

La maggior parte di ciò che leggiamo o vediamo al cinema e in tv oggi è stato tradotto, ma7 non è qualcosa di cui tutti sono coscienti, anzi. Forse si pensa che Al Pacino abbia davvero la voce che sentiamo doppiata in italiano, si ignora che dietro le famose frasi de Il Padrino ci sono dei traduttori e degli adattatori dialoghisti. Forse però è un qualcosa che si comprende a pieno solo se si traduce o se si sta a stretto contatto con chi lo fa.

Quindi, c’è un inganno? Tradurre significa tradire la realtà, mettere una maschera?

L’immagine stessa della ‘maschera’ si associa immediatamente al concetto di travestimento, volto finto che si sovrappone a quello vero, nascondendolo. Bugia che nasconde la verità, il Falso che camuffa il Vero, ma non è sempre così. Se da una parte nasconde, dall’altra mostra qualcosa in più. A teatro, prende vita grazie all’attore, in una sorta di influenza reciproca, maschera e interprete si fondono in una cosa sola. L’uno permette all’altra di esistere e di esprimersi al meglio.

8Ancor prima della commedia dell’arte, le maschere venivano utilizzate durante i riti propiziatori nelle società primitive, per ingraziarsi le divinità infere. L’aspetto delle maschere nere di Pulcinella e Arlecchino, infatti, sembra derivi proprio da quelle che si pensava fossero le fattezze degli dei del sottosuolo.

Una mia cara amica archeologa mi ha raccontato come le radici del Carnevale si possano vedere chiaramente nei Saturnali dell’antica Roma. In quell’occasione, l’ordine gerarchico sociale veniva capovolto e gli schiavi per qualche giorno potevano fingersi liberi. La maschera non serviva solo a procurarsi una nuova identità, ma anche a prendersi gioco di una realtà opprimente, riuscendo finalmente ad esprimere aspetti che venivano sempre repressi.  Permetteva così di liberare un lato di sé stessi che restava ingabbiato per il resto dell’anno.

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Confiance, trust, fiducia, tre parole in tre lingue diverse che indicano lo stesso concetto: “Atteggiamento verso gli altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità”. Come equilibristi camminiamo su un filo, ad ogni passo  scommettiamo che questo ci sorreggerà, senza dover mai guardare giù.

10Il traduttore mascherai significati di una lingua originale con un’altra, ma in realtà li libera, facendo in modo che possano arrivare lontano.  Questo lavoro ci porta ad analizzare meticolosamente la lingua originale, scavando all’interno delle pieghe e sfumature delle parole, trovando aspetti di cui forse anche l’autore stesso era inizialmente inconsapevole. Si tratta di percepire l’anima dei concetti e portarla dall’altra parte della sponda, essere funamboli in equilibrio tra due lingue, senza tradire mai nessuna delle due. Non a caso, la parola traduzione deriva dalle due parole latine trans e ducere, cioè condurre oltre e quelli che si oltrepassano sono proprio i confini linguistici.

Silvia

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Energia, sfida, scoperta e condivisione. Salpate l’àncora, dimenticandovi della forza di gravità.

ba205d76d48a19037db08b2a16273f44Siete mai andati a prendere qualcuno all’aeroporto, soprattutto sotto le feste natalizie? La gente si accalca, fissando quelle porte che si aprono e chiudono, lasciando sfilare volti stanchi ma soddisfatti, preoccupati o speranzosi. Molti cercano con lo sguardo un volto familiare in mezzo alla folla, finché gli occhi non si incontrano  e si ritrovano avvolti in un abbraccio.

Il 22 dicembre sono andata a prendere all’aeroporto di Ciampino un amico che tornava da Parigi. Al di là di una strana malinconia che mi è presa guardando il tabellone degli arrivi, leggendo i nomi delle città di provenienza, tra cui Dublino e Londra, pervasa da una gran voglia di partire, ho assistito a delle scene simili al finale del film Love Actually. Abbracci stritolanti, strette di mano, commozione, battute, sorrisi. Cani che giravano su loro stessi scodinzolando e ululando alla vista del loro umano, come caricati a molla.

Facebook-ShareCondividere non è solo un tasto presente sui social network, ma è una scelta di vita ben precisa. Quelle persone all’aeroporto avevano condiviso qualcosa, gli abbracci e la commozione negli occhi di chi li aspetteva ne erano la prova. I rapporti umani, gli affetti, si basano su questo, avere il coraggio di condividere le proprie emozioni e opinioni, benché magari discordanti. La condivisione è la più grande fonte di ricchezza. Confidarsi, ammettendo le proprie debolezze, confrontare il proprio punto di vista con quello altrui, magari ci porta a scoprire che, sbirciando da un ‘binocolo’ diverso dal nostro, si vedono cose nuove. Ci appaiono mondi sconosciuti e ci scappa un sorriso, persino una risata di soddisfazione, mentre l’anima ringrazia, perché non la si tiene confinata in una gabbia.

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La traduzione è anche sinonimo di condivisione. Ogni cultura ha la propria ricchezza, che rimarrebbe intrappolata se qualcuno non facesse da mediatore, trasportando i contenuti da una lingua all’altra. È in questo modo che il patrimonio umano si moltiplica e si rafforza. Lo stesso vale per le notizie, è per questo che sappiamo in tempo reale cosa succede dall’altra parte del mondo. I popoli, le culture che non sanno comunicare conoscono solo il linguaggio del pregiudizio, della violenza e della guerra. L’unico modo per combattere le divergenze è abbattere i muri con tutte le proprie forze, cercando di rendere tutti partecipi e consapevoli. Questo ad esempio è anche l’obiettivo dell’associazione dei Traduttori per la Pace a cui ho da poco aderito.

matitaGennaio è un periodo particolare sotto certi aspetti. Foglio bianco, matita appuntita, la mina scorre sul foglio -‘shhhhhhhh’- dando forma a nuovi progetti, nuove idee. La mano è guidata da nuove ispirazioni che ribollono in petto e frullano in testa. Si vuole il cambiamento, si spera nella fortuna, ci scambiamo gli auguri, un po’ come se fossimo tanti marinai pronti a salpare per una nuova meta e che di certo incontreranno qualche tempesta lungo il tragitto. “Tanti auguri!” mi suona sempre come “buon viaggio!”. Perché di questo si tratta.

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Montague Dawson – The Oberon.

Se vogliamo raggiungere nuove mete, se desideriamo che questo viaggio sia più piacevole di quello precedente, dobbiamo far leva su noi stessi. Siamo noi la fonte del nostro cambiamento, questo richiede un gran lavoro. Fare mente locale e, perché no, buttare giù una lista degli obiettivi da raggiungere, in vista del prossimo giro di boa. Cosa ci manca?  Cosa vorremmo per noi stessi, chi vorremmo essere? Una volta trovata risposta a queste domande, arriva il momento di prendere il timone in mano. Anche la farfalla resterebbe per sempre bruco se non si desse una mossa, no?

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Pochi giorni fa sono andata a teatro a vedere Lo Schiaccianoci di Tchaikovsky. In quella parentesi magica, incorniciata da un sipario rosso, i ballerini sembravano essersi dimenticati della forza di gravità e, sperando che nessuno ricordasse loro le leggi della fisica, mi sono goduta lo spettacolo, lasciandomi ipnotizzare dalla musica che usciva dagli archi e dai flauti ondeggianti, mentre gli occhi erano invasi dai colori e dalla surreale e poetica leggerezza dei ballerini. In tutto questo, mi sono chiesta quanto sudore fosse nascosto dietro le quinte, a che velocità palpitassero i cuori avvolti in quei costumi colorati, quanta tensione fosse concentrata in quell’istante che precedeva il lento aprirsi del sipario. Quella tensione che poi si tramuta in energia, scaturita da una passione travolgente e avvitante, stregata dalla musica. Allora ho pensato, è così che deve essere. Io voglio essere una professionista così. Quella forte tensione che ti pervade ogni volta prima di iniziare, per poi tuffarsi a capofitto seguendo la ‘musica’, cercando di dare il meglio di sé. Sacrificio, passione e come risultato la poesia di un mestiere che si ama e che può migliorare, anche se in minima parte, il mondo in cui viviamo.

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Teatro dell’Opera di Roma (Teatro Costanzi) 30/12/15

Un’altra cosa su cui il balletto e la musica in generale mi hanno fatto riflettere è il valore che diamo al tempo, cioè al modo in cui lo consumiamo. Durante queste feste ho ricevuto in regalo una Polaroid. Quand’ero piccola era una cosa particolare, perché ti permetteva di risparmiare tempo, la caratteristica principale era che non dovevi  portare il rullino a sviluppare, perché entro pochi secondi la foto veniva stampata. Paradossalmente, oggi, una Polaroid ci invita a rallentare.IMG_0874 Ormai siamo abituati a scattare innumerevoli foto col cellulare, alcune senza valore, tanto non si pagano, invece una polaroid le stampa (quasi) subito e sembra quasi troppo lenta. Alcuni si spazientiscono in attesa di quei ben 30-40 secondi che intercorrono tra lo scatto e la stampa. Eppure ti porta a valutare bene cosa mettere a fuoco, ogni scatto acquisisce nuovo valore e ti ritrovi in mano una frazione di tempo incorniciata, per te importante. È in ‘slow motion‘ che si notano particolari che ad occhio nudo sfuggono. È proprio vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, soprattutto se corriamo troppo.

Spesso penso che servirebbero giornate di 48 ore per poter fare tutto quello che vorrei, poi però capisco che la grande sfida sta proprio nel considerare ogni giorno come un ‘capodanno’ e nel fare una selezione delle priorità,  suddividendo saggiamente l’energia da dedicarvi. Facile a dirsi, ma questo è l’obiettivo a cui miro.

edc80ff45bdd40ccd33594be36906a48Se siete andati a vedere l’ultimo episodio di Star Wars, ricorderete di certo il nuovo droide BB-8, un po’ il cugino di R2-D2. Efficiente e preciso, da buon robot, sa però anche cosa significa essere fedeli e comunica con gli umani scherzando e preoccupandosi per loro, pur non potendo parlare la loro lingua. Perché saper interpretare  e tradurre va al di là della lingua utilizzata, c’è un piano superiore che è quello dell’umanità e dell’empatia.  Un tono di voce può cambiare tutto il significato di una frase. BB-8 è un personaggio a cui ci si affeziona, perché non solo è risolutore di problemi ma, nella sua robotica efficienza, è anche capace di empatia e credo che questi siano gli ingredienti che  fanno di una persona un ottimo professionista e collega.

4bc67c473084188a9ac8b8fe59344ce8Quel che mi porto dietro dall’anno appena trascorso si può riassumere in 4 parole:

1) Energia, da ritrovare e saper incanalare nelle giuste cause, persone e direzioni, cercando di non mandarla sprecata inutilmente

2) Sfida, intesa come lotta con se stessi, contro le proprie paure e i limiti che pensiamo di avere.

3) Scoperta, frutto della curiosità e la capacità di analisi, componente fondamentale che deve far parte di ogni giorno. Non dobbiamo accontentarci di ciò che ‘sembra’. Nel caso del mio lavoro, ad esempio, non posso certo fermarmi alla prima definizione che mi viene in mente o che trovo sul vocabolario, si deve andare più a fondo.

4) Condivisione, intesa anche come confronto, quindi condivisione di punti di vista e opinioni diverse, perché solo così si cresce e si diventa GRANDI in tutti i sensi.

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Allora, cosa fate ancora qui? Salpate l’àncora e sbrogliate le vele. Tanti auguri, cioè… Buon viaggio!

Silvia

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Due Traduttrici alla Fiera Più Libri Più Liberi. Aspettative, incontri e riflessioni.

1Venerdì 4 dicembre, si prospettava una giornata nera a Roma, sciopero dei mezzi e circolazione a targhe alterne. I giornali consigliavano quasi di chiudersi a chiave e rimanere sotto le coperte.

Siccome non ci piace vincere facile, io avevo deciso di andare comunque, per la prima volta, alla Fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, dove le piccole case editrici mettono in mostra la loro produzione, un luogo d’incontro per i professionisti della filiera del libro, tra cui figuriamo anche noi traduttori.

Alla fine, non mi sono fatta fermare dai vari “ma chi te lo fa fa’”. Sveglia puntata alle 5, ancora abbracciata a Morfeo, faccio colazione. Fuori è buio, freddo, il gatto mi guarda perplesso, mi sveglio del tutto verso l’ultimo sorso di tè e penso che non vedo l’ora di arrivare.

4 Dopo un autobus, un treno e una decina di fermate della metro, incastrata come una sardina in scatola, com’è normale che sia, scendo a ‘Eur Fermi’. Chiedo indicazioni per il Palazzo dei Congressi ed ecco che l’anelata meta appare all’orizzonte. Erano le 8, c’erano ancora le balle di fieno, mancavano 2 ore all’apertura, ma di lì a poco sarebbe iniziato lo sciopero e avrei rischiato di non arrivare mai.

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Là ho trovato la mia collega Valentina Stagnaro, abbiamo girato per gli stand e fatto qualche incontro interessante che ci ha fatto riflettere. Così tra un panino, una piadina e un caffè ci siamo confrontate…

Qui di seguito trovate la mia intervista a Valentina. Per leggere cosa ho risposto io alle sue domande, cliccate qui! 🙂

S: Vale, mi hai detto che vieni alla fiera quasi ogni anno, perché pensi valga la pena andare, soprattutto per un traduttore?

V:Ci vado più che altro perché odio i supermercati di libri e adoro chiacchierare. Hai mai provato a chiacchierare con un commesso di Feltrinelli? Impossibile. Da quando ho capito che, forse, potevo tradurre qualcosa anche io, ci vado più che altro per mirare bene con la proposta editoriale. Ne ho covata una per un anno, ma quando l’ho mandata (due settimane fa, sembra un vita) sapevo che era esattamente il titolo che mancava al catalogo dei miei prescelti. Serve perché, in sostanza, si parla di libri e i libri sono alla base della mia piramide alimentare. Mi fa stare bene.

S: Lo spazio che viene dato alla nostra professione in eventi simili, ma anche nella ristretta superficie della copertina di un libro, secondo te è sufficiente a rendere i lettori e potenziali clienti consapevoli di quel che facciamo?

V: Oddio, quest’anno non sono riuscita ad andare a nessuno degli incontri. Quando provo a spiegare alla gente che lavoro faccio, sento che li annoio. Mi sembra che questi incontri siano ancora visti come sabba di tecnici che si sbrodolano addosso parole incomprensibili, come se fossimo accademici della Crusca o ingegneri della Nasa. Non gli entra proprio in testa che Marquez non scriveva in italiano.

S: Collegandomi alla domanda di prima, qual è il tuo rapporto con i libri?

V: Beh, morboso. Colleziono edizioni di Cime tempestose. Lo spazio è quello che è, in casa, quindi mi sono un po’ slegata dall’acquisto compulsivo e cerco di farli circolare, i libri. I libri li distruggo, li sottolineo, me li porto dietro, faccio le orecchie, ci poggio sopra il caffè. Non sono particolarmente selettiva, mi piacciono i libri noiosi oppure gli splatter. Mi piacciono i saggi, i libri di storia, di filosofia, e poi, diciamolo, sono un’americanista. Mi dai Hawthorne o Faulkner e mi tieni a bada per un po’. Ma Cime tempestose è il mio porto nella tempesta.

S: Tradurre permette di rendere fruibile un testo a un pubblico più ampio. Per dire, non conosceremmo le fiabe di Andersen se non le avessero tradotte. Per fare questo lavoro bisogna sviluppare un’empatia con il testo, cercare di mettersi nei panni dell’autore, comprenderlo a 360 gradi. Pensi che questa capacità si possa applicare anche nel rapporto tra colleghi? Riformulando, quanto pensi sia importante il networking, la capacità di ascolto e confronto tra noi traduttori?

V: All’inizio, temevo che i traduttori fossero tanti piranha feroci in una vasca con poco cibo. Poi ho visto che non erano diffidenti, anzi! Ci piace chiacchierare, conoscerci e scambiarci notizie, quando usciamo dalla grotta. Penso che sia fondamentale. Non networking nel senso di volantinaggio porta a porta, ma quello produttivo, in cui commenti articoli interessanti, dici la tua, ascolti quella degli altri, impari, suggerisci. Io sono quella che accosta e chiede indicazioni, se non so una cosa, ho un dubbio, non mi viene, vorrei sapere una cosa… io scrivo, telefono, chiedo. Non mi sono mai chiesta se ci si possa sovrapporre totalmente, tra colleghi, come si dovrebbe fare con l’autore, ma ci si può andare molto vicini. Non trovo, soprattutto, alcun aspetto negativo nel fare networking. Quello sano, eh. Non quello in cui mi condividi la foto del piatto di sushi e la tagghi #translation #t9n #xl8.

S: La fiera è stata chiamata “più Libri più Liberi”, in Italia sembra ci siano pochi lettori. Molti usano i libri solo in ambito scolastico, perché costretti e non conoscono quell’inestimabile opportunità di arricchirsi e crescere, quel piacere di tuffarsi in nuovi mondi, viaggiare, vivere altre vite, scoprire nuove idee. Pensi verrà mai il giorno in cui la lettura sarà il nuovo fenomeno di massa, come l’ultimo modello di smartphone o social network? 

V: No. (La tentazione di non argomentare nemmeno è stata forte). Onestamente, no. Anche se potevo farti sognare con una risposta meravigliosa. Non credo, per una serie di motivi. Il primo esempio demotivante che mi viene in mente è che nessuna delle mie alunne, che vanno da 14 ai 17 anni, legge. Se leggono, leggono spazzatura, libri semi-porno (non che io non li legga, eh! Ma ho anche letto Anna Karenina!) e status altrui su Facebook. Non sono in grado di fare alcuna riflessione sul bello, né sono in grado di apprezzarlo. Poi, dico, è solo una piccola finestra sulle nuove generazioni. Io non ero così, certo, ma non avevo lo smartphone. Quanto ai grandi, fatti salvi i lettori accaniti, chi non ha mai letto, non leggerà mai. Il secondo è che, secondo me, manca l’educazione alla letteratura, come manca, a me, l’educazione alla musica. Sono in grado di apprezzare solo le cose che ho studiato, in musica, non ho sviluppato un mio gusto, tantomeno saprei argomentare perché un autore mi piace o un altro no. A volte, mi vergogno quasi, non so collocare un musicista nel tempo. Poi ci lamentiamo se Violetta spopola. Non so se rendo l’idea. Non si può liquidare l’Ariosto leggendone le parafrasi, perché non c’è tempo di approfondire la (complicatissima) lingua dell’autore o la metrica. È come dire che Wagner ha composto quella suoneria del Nokia 3310 che io avevo abbinato a mia madre, quando chiamava (era la cavalcata delle Valchirie).

Ovviamente, mi piacerebbe un boom della letteratura, credo anche che non ci vorrebbe molto a rilanciare quest’intrattenimento millenario meglio noto come narrativa. Goodreads, ad esempio, il social per lettori, è una droga.

E voi? Che ne pensate? Siete andati alla Fiera o eventi simili? Pensate di andarci mai? Lasciate un commento e diteci la vostra!

Silvia

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“Keep calm e non seguire il Bianconiglio”

 

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“I’m late, I’m late for a very important date”//  “Sono in ritardo! Sono in ritardo! in arciritardissimo!”

Si narra che Papa Bonifacio VIII abbia spedito un messaggero a Giotto, con la richiesta di disegnare qualcosa che dimostrasse il suo talento. Così il pittore, con il suo pennello, avrebbe disegnato un cerchio perfetto, con un unico tratto.

Tradurre non è un processo simile al “copia-incolla” per cui, come per magia, con un solo click trasportiamo le parole da una lingua all’altra, nonostante molti la pensino ancora così.

Un’ulteriore conferma dell’esistenza di questa leggenda metropolitana l’ho avuta recentemente, guardando l’ultimo “sforzo” di 007.

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Mentre James Bond plana sul Tevere con un’Aston Martin grigio metallico, l’assistente, al pc dall’altra parte del mondo, cerca per lui informazioni sul nemico e trova un articolo fondamentale, ahimè in tedesco, ma basta cliccare sul pulsante “translate” e.. abracadabra!

Al di là della veridicità dell’aneddoto, anche Giotto, prima di compiere quel gesto perfetto, nella sua mente avrà di certo elaborato cosa fare e come. Cioè, un qualsiasi prodotto di qualità, che sia un disegno, una scultura, una costruzione architettonica o un testo tradotto, è frutto di un’idea, poi presto o tardi, attraverso un processo di elaborazione, la mano si avvicina sempre più a ciò che la mente ha concepito.

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Michelangelo diceva che la scultura si trovava già nel blocco di marmo, lui doveva solo liberarla. Così, prima di “estrarre” il testo tradotto dai grovigli d’ipotesi e congetture, occorre un lavoro serio e preciso volto a individuare il contesto, il tipo di linguaggio e il tono generale utilizzato.

Mano a mano si scartano le parti superflue e il testo prende forma. Anche la migliore delle traduzioni avrà perso qualcosa per strada e il difficile sta proprio nel capire cosa portare dall’altra parte della sponda e cosa sacrificare. Capita di sentirsi un po’ equilibristi tra due lingue, due mondi e due (o più) scelte.

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Dal film “Sliding doors”, dove la vita della protagonista si divide in due dimensioni parallele: fare una scelta piuttosto che un’altra può essere determinante.

Pretendere di ottenere il cerchio perfetto quando si traduce, cioè la miglior soluzione al primo tentativo, è poco realistico. Certo, con testi per cui non è necessaria una lunga ricerca terminologica, può capitare che si arrivi sin da subito a una stesura più vicina possibile a quella finale, ma in ogni caso ci sarà un lavoro di revisione a seguire. Quindi, che sia prima o dopo, l’artigiano deve passare del tempo con la sua opera e curarla, prima di poterla ritenere pronta.

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Se nessuno di noi ha la bacchetta magica, allora è fondamentale saper gestire il proprio tempo in base alla propria velocità (che può dipendere dal tipo di lavoro e dall’esperienza) e alle fasi di lavoro previste. Letture, ricerce terminologiche, traduzione e revisione, sono tutte preziose e se non sappiamo organizzarci, ecco che spunterà il Bianconiglio sulla nostra scrivania, che corre avanti e indietro mormorando angosciato. Se lo seguiamo, c’è il rischio di dimenticare qualche pezzo per strada, consegnando un prodotto incompleto, pur di “arrivare”.

Lo dice anche Dante nel terzo canto del Purgatorio: “la fretta, che l’onestade ad ogn’atto dismaga”, cioè la fretta manca in ogni atto virtuoso. Sì, abbiamo delle scadenze ben precise da rispettare, ma se l’agitazione si fa troppo viva perdiamo di vista l’obiettivo finale, cioè la qualità.

Per quanto si possa essere casinari e procrastinatori, la capacità d’organizzazione migliora, almeno un po’, con l’esperienza, quando si è più consapevoli dei propri tempi e delle proprie possibilità, perché sappiamo già dove stiamo andando e quanto tempo più o meno impiegheremo.

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La qualità dipende anche da questo. Una volta che si è in grado di prevedere quanto tempo ci servirà e quanto effettivamente ne abbiamo a disposizione, la gestione diventa più fluida. Quello della revisione, ad esempio, è un momento fondamentale e molto delicato. Potrebbe essere paragonato un po’ a un viaggio nel tempo. Come Doc e Marty McFly, torniamo indietro per controllare cos’ha fatto il nostro io del passato e lo correggiamo, o magari gli diamo una pacca sulla spalla.

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Quando si pensa alla traduzione, più che un cerchio perfetto, dovremmo immaginare di tracciare un Màndala, uno di quei diagrammi composti da circoli e quadrati concentrici che rapprensentano l’universo e la sua origine, usati anche dai monaci buddisti per favorire la meditazione.

Anche nel caso della creazione di un testo, una volta trovata la sua anima, il suo nocciolo, andiamo ad espanderci verso l’esterno, creando un nuovo universo di parole.

Se pensiamo alla perfezione come al raggiungimento di quella lucida calma perenne, per cui nulla ci tange e nulla c’inquieta, dove una serena consapevolezza delle nostre capacità ci permette d’esorcizzare definitivamente l’ansia e il Bianconiglio, suo piccolo e irritante ambasciatore, sappiamo già che è molto molto difficile raggiungere e mantenere, almeno per più di un’ora (?!), questo stato di beatitudine. In realtà la perfezione è un obiettivo cui tendere, nostra motivazione e forza motrice.

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Per quel che mi riguarda, il Bianconiglio mi è apparso davanti agli occhi già alle elementari. Io e il mio gatto cerchiamo di tenerlo buono con una tazza di tè e un po’ di musica.

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Quella con l’ansia è una dura lotta quotidiana e si arriva sempre alla sera con qualche ferita, ma una volta che finalmente si smette di correre, il fiato corto svanisce, ci accorgiamo del “panorama” e spuntano alcuni dettagli importanti che la fretta ci aveva nascosto.d317f12ee48146f03e4d5f8edd19e125.jpg

D’un tratto ci rendiamo conto che, se vogliamo un lavoro di qualità, seguire il Bianconiglio, per quanto insistente, non è la scelta giusta.

Silvia

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